sabato 22 luglio 2017

Hai capito, amore mio?

Hai capito, amore mio?
Mi manchi, perchè ho voglia di conoscerti.
Ho voglia di scoprire come siamo quando in due facciamo uno.
Sapere che gusto ha la pasta al pomodoro.
Che luce ha la mia casa.
Che profumo ha l'ammorbidente che ho sempre usato.
I giorni dopo averti trovato.
Vedere che forma hanno, adesso, tutte le città che ho già visitato.
Sapere cosa si prova a non annoiarsi mai delle stesse carezze tutta la vita.
Mi sa che adesso non c'è più da scherzare.
Siamo pronti.
Incontriamoci all'incrocio delle nostre vite, vicino a quell'albero che profuma di fiori di cui non so il nome.
Ci riconosceremo perchè si sentirà il rumore del mare anche se il mare è lontano.




lunedì 19 giugno 2017

Scatoloni di ricordi

Praticamente faccio questa cosa che dieci a uno qualsiasi psicoterapeuta definirebbe patologica e poco sana.
Comunque con certezza non lo so perchè dallo psicoterapeuta non sono mai andata, sbagliando.
Per farla breve, io a volte mi metto lì nel mio angolino di vita e rovescio lo scatolone dei ricordi.
Un po' come con il baule dei giochi da bambina.
Spargo tutti i pezzi sul pavimento, li allontano con le mani per distinguerli.
Così da vedere anche i più piccoli pezzi, anche quelli che non ricordavo di avere.
C'è il bancone a vetri di un bar vicino al mare dove sfogavo tutta la mia passione per i tramezzini fatti con il pane bianco prendendoti la mano e usandola per indicarli come fosse la mia. E tu ridevi, ridevi e io ero contenta. Un po' per te che ridevi e un po' per i tramezzini.
C'è un divano davanti alla tv e noi che critichiamo tutti i film che abbiamo visto uno dopo l'altro facendo buuu e il pollice verso.Che ci sorridiamo con gli occhi negli occhi. Che ci guardiamo e capiamo che una parte di noi è fatta dello stesso tessuto. E non potrà mai cambiare.
C'è un localino che ci serve mojito con il sottofondo di Pino Daniele che canta che se mi guardi con gli occhi dell'amore non ci lasceremo più. E noi tutte insieme che ci canticchiamo sopra, mentre la barista ci guarda estasiata anche se prendiamo una nota ogni venti minuti.
C'è la notte illuminata dalla neve mentre passeggiamo tra le vie del paese silenzioso. Noi. Tutte le donne della famiglia.
C'è la mela caramellata più dura della storia dopo la nausea, mia, delle montagne russe.
C'è un muretto in salita e due occhi che mi guardano come mai sono stata guardata prima.
C'è il ferro bollente del parapetto del traghetto che brucia sulle braccia appoggiate e noi sporte per guardare tutto quello che si può entrando nel porto di Barcellona. Mentre in cinque non facciamo cent'anni.
C'è fare le prove per la recita di Natale che ti eri inventata tu da mettere in scena dopo il pranzo con i parenti. Life on Mars di David Bowie come colonna sonora, noi tese come fosse la prima alla Scala e il nonno che dormiva sulla poltrona.
C'è la musica del teatro sulla baia turca. Io dietro seduta ad ascoltare perchè tanto non sapevo ballare. Nemmeno una luce e un subisso di stelle.
C'è attraversare le pozzanghere in braccio a te.
C'è farti la serenata di gruppo sotto la finestra il giorno prima del tuo matrimonio.
C'è scendere in motorino in due verso il lago, quando sta diventando buio ma non lo è ancora, a motore spento per non sprecare benzina, sentirsi eterne e ascoltarti dire 'Ma lo sai che io questo momento non me lo dimenticherò mai?'
E sapere che hai ragione.
Non so mai cosa uscirà da quello scatolone, quali frammenti piccolissimi che pensavo di non ricordare ritroverò.
Racconto tutto ad alta voce come quando si giocava pensando di non essere visti in cameretta, quando non serviva fosse vero perchè fosse reale.
Ci cammino attraverso a quei momenti, felice come se fossero ora, anzi di più.
Che si sa che da lontano si vedono solo le cose che brillano.





martedì 23 maggio 2017

Alla fine tutto quello che mi importava

Alla fine tutto quello che mi importava, che mi è sempre importato, anche quando ti sapevo a letto chissà dove chissà con chi mentre io ero nel mio, vuoto, a piangere, era non dover ripudiare il tuo ricordo.
Non doverti chiudere in quei cassetti che non puoi più aprire, quelli che se ci provi ti stringono il cuore a due mani e ti invadono di nauseante malinconia.
Anche dopo anni.
Non dover occultare il tuo sorriso, il sapore dei tuoi baci, le nostre mani unite, cercando qualcosa, tante cose, che siano in grado di nasconderli alla vista della memoria.
Alla fine contava solo che rimanessi.
Che rimanessimo.
Andava bene anche distanti, ognuno sul suo sentiero, ma guardandoci da lontano con quello sguardo che conosciamo solo noi.
Non ti vedo ma ci sei.
E va bene.






lunedì 15 maggio 2017

Il giorno sbagliato

Se fossi una brava blogger lo avrei scritto ieri.
Invece non sono nemmeno una blogger e quindi lo scrivo oggi.
Nel giorno sbagliato, ostentando la sicurezza che ogni giorno è buono anche se, poi, non è sempre così.
Ma ci ho pensato oggi e non ieri, mamma, al fatto che era la tua festa e io ero lontana.
Ci ho pensato oggi a quante volte lo sono stata.
Quando ho scelto di vivere pezzi di vita a chilometri da te.
Fisicamente e non.
A quando non ti capivo e nemmeno ci provavo.
A quando andavi avanti anche quando io mi sarei fermata
A quando mi hai imboccato anche da grande perchè avevo dimenticato come mangiare da sola.
A quanto sia tutto più in ordine quando tu ci sei.
A quante volte non sopporto i tuoi difetti che rivedo in me.
A quando credevo non mi capissi solo perchè non avevi le parole giuste e invece capivi benissimo.
Solo non sapevo ancora che essere madre non implica sapere come si fa a far tutto, ma volerlo fare.
A qualsiasi costo.
Ci ho pensato oggi a quante volte ho pianto perchè non ero felice.
E mi ritrovavo a piangere più forte perchè quando scelgo l'infelicità mi sento in colpa nei tuoi confronti.
Come se ti stessi facendo il peggior torto.
Infatti, quando non ho la forza di inseguirla per me stessa, la felicità, lo faccio per te.
Lo so che mi vedi spesso persa, barcollante, instabile, insicura, 'con una vita sregolata'.
So che ti preoccupi, ma mi lasci fare, come sempre.
Perchè in fondo sai che è la mia via per cercarla.
Insieme abbiamo imparato che non è sempre facile, che la vita può non essere lineare e che spesso sembra farci lo sgambetto proprio mentre ci stiamo rialzando.
Da sola mi hai insegnato che ci si alza sempre, comunque e che la vita ha la sua bellezza, che la felicità c'è.
E posso trovarla.
Continuamente.

Grazie per la fiducia, grazie per la pazienza, grazie per il tempo, grazie per rispondermi ancora nelle notti tristi, grazie per sapermi guardare da adulta e da bambina insieme.
Grazie.




giovedì 27 aprile 2017

Lo facciamo tutti

Chi ci conosce da sempre si è fatto un'idea di noi.
Un'idea simile a quella che si fa chiunque ti incontri per qualche minuto appoggiato al bancone di un bar.
Leggermente più approfondita, certo.
Ma non importa quanto più tempo e momenti vissuti abbia avuto a disposizione per farsene una. 
Se l'è fatta.
Questo conta.
E quell'idea resta, radicata. Fino a prova contraria.
Non sapranno immaginarvi diversi da come vi hanno sempre concepiti.
È come l'immagine del professore di matematica.
Quando seduti dentro i  banchi  rigidi del liceo ascoltavate, o facevate finta, le spiegazioni, per me incomprensibili, di quell'essere umano così logico, non riuscivate a vedere altro che lui.
Quel lui.
Nemmeno quando vi sforzavate di immaginarlo persona, qual era, in un contesto reale vi riusciva.
Lui con la moglie, lui che fa la spesa, che in mutande si lava i denti la mattina, lui padre, figlio, fratello di qualcuno. 
Niente. Era il professore di matematica. Punto. Fine.
Lo facciamo con tutti.
Lo facciamo con noi stessi.
Ci percepiamo in un modo finito. 
Da dove venga davvero quel modo non lo so.
Direi dagli altri, ma è un pensiero comodo, sicuramente non del tutto vero.
Mille volte mi sono stupita, sorpresa e incazzata per il giudizio altrui sulla mia persona.
Qualcuno che si permetteva di dirmi com'ero. Chi ero.
Quindi no, non viene da fuori.
Viene da dentro. Un dentro che non so dove abiti, ma c'è.
E quella percezione è tutto quello che ferma i passi, chiude la porta, non fa immaginare altro dalla me che conosco.
Niente, tutto questo per dire che mentre a fine aprile sono sul divano con un dolcevita, la coperta e il naso ghiacciato sto cercando di spostare quell'idea di me che ha assunto, ormai, il peso specifico di un tavolo di noce di inizio '800 e che blocca quella porta che non so dove conduca.
Ma voglio andare a vedere.
E lo brucerò se sarà necessario.




giovedì 20 aprile 2017

Se avessi

Se avessi una figlia vorrei saperle insegnare a ridere, ridere tanto.
Spesso, che tanto non è mai troppo.
E a piangere, anche. Tutte le volte che le viene.
Perchè piangere è come ridere.
Si può fare. Si può fare davanti tutti, anche nei posti più sconvenienti.

Vorrei insegnarle a dire quello che pensa, sempre.
E a considerare, prima, se quelle cose che crede di pensare le pensa davvero.
Perchè la parole sono sassi e non possono tornare indietro.

Vorrei insegnarle il saper custodire quello che vale.
E lasciare andare quello che non fa per lei.
Senza quell'accanimento al possesso tipico degli esseri umani.

Vorrei insegnarle a ballare, cantare ovunque, ogni volta che le va.
Senza necessariamente saperlo fare.
Ad ascoltare musica anche molto alta.
E a non ascoltarmi quando le dirò di abbassare che diventerà sorda di sicuro.

Vorrei insegnarle a guardare il mondo sapendolo vedere, da tutti i punti di vista possibili.
Fuori dallo zerbino di casa quanto dall'altra parte del globo.

Vorrei insegnarle ad avere paura, perchè l'avrà.
Ma a saperla guardare negli occhi sapendo andare avanti.

Vorrei insegnarle a sostenere le sue ragioni non con il volume della voce, ma con gli argomenti.
Senza imporle agli altri.

Vorrei insegnarle a credere, desiderare e cercare continuamente, senza però forzare i tempi cercando di incastrare i tasselli lì dove non vanno.
O dove non devono andare ora.

Vorrei insegnarle a fidarsi della vita, che spesso sa molto più di noi.

Vorrei insegnarle che non conta meno degli altri.
Nemmeno quando glielo faranno credere.
E che non è superiore a nessuno.
Nemmeno quando ne sarà convinta.

Vorrei insegnarle che non avrà bisogno di nessuno, me compresa, per stare in piedi.
Ma che non sarà mai sola se non vorrà.

Vorrei insegnarle la leggerezza, quella che per molto io ho avuto poco, quella che viene dal perdonare gli eventi. la vita, te stessa.

Vorrei insegnarle a essere chi è, senza seguire i passi di altri, che ispirarsi ed emulare non sono la stessa cosa.

E vorrei farle sapere che il tempo esiste, ma non si misura in durata. Si scandisce in valore.
Ed è eterno se fatto di momenti che contano.

Vorrei saper insegnare a mia figlia, se ne avrò una, quello che so.
Quello che ho sbagliato.
E tutto quello che sto imparando ancora.






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